Rischi di Internazionalizzazione nella Penisola Arabica

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Rischi di internazionalizzazione per le imprese nella penisola arabicaDurante la pausa del convegno sull’internazionalizzazione delle imprese, che ho organizzato per la Federazione Ordini degli Ingegneri del Veneto, si e’ parlato della penisola arabica e del livello di rischio.

La cosa e’ nata dalla Country Risk Map della Sace: tale mappa riportava infatti l’Arabia Saudita come Low risk – Basso rischio (Credit risk index); la tonalita’ del verde era la stessa di Francia, Belgio, Olanda, Austria e Repubblica Ceca. Devo anche specificare che in seguito, forse anche grazie a questa chiacchierata amichevole, il colore dell’Arabia Saudita e’ stato poi modificato nell’edizione 2017.

La stessa mappa riportava anche una spiegazione metodologica, Risk indicator methodology, da cui risulta che e’ stato preso in considerazione anche il fattore violenza politica (political violence), ovvero ‘… war, terrorism and civil disturbance …’

Ora, non e’ assolutamente mia intenzione criticare SACE, che ha gentilmente partecipato al convegno ed il cui relatore ha fatto un’eccellente ed utilissima presentazione – si trattava della presentazione “speciale” per le occasioni “istituzionali”.

Il mio intento e’ quello di sottolineare come spesso le analisi del rischio in un certo paese siano basate molto sull’aspetto economico ma poco su quello politico – e siano forse, per l’aspetto politico, sulla scia di quanto fatto da molti governi – nonche’ di rimarcare quello che mi sembra un modo migliorabile di valutare la stabilita’ politica di un paese.

Per fare cio’, prendero’ come esempio proprio la penisola arabica – la stessa penisola scelta come meta di internazionalizzazione (in particolare Dubai) da tante imprese italiane.

 

Rivoluzione islamica iraniana: caccia F-14
Un caccia F-14, dello stesso tipo di quelli iraniani

LA RIVOLUZIONE ISLAMICA IRANIANA DEL 1979

E’ il caso di ricordare la rivoluzione iraniana, ed in particolare la situazione del paese prima della rivoluzione.

Il paese era governato da un monarca assoluto, anche se in teoria si trattava di una monarchia costituzionale – lo Scia’ di Persia; si trattava di una situazione molto simile a quella attuale di alcuni paesi della penisola arabica.

L’Iran era considerato il bastione dell’Occidente, ed in particolare degli USA, che fornirono enormi quantitativi di armi moderne, incluse alcune decine di caccia F-14 ed elicotteri da combattimento AH-1. Fra l’altro, proprio l’analisi degli F-14 dopo la rivoluzione consenti’ ai russi di venire a conoscenza delle piu’ recenti tecnologie USA – e quindi di fare l’enorme progresso che ha portato agli splendidi caccia russi Mig-29 e Su-27.

Anche questo punto presenta delle analogie: gli USA (ma non solo) hanno fornito enormi quantita’ di armi moderne agli stati amici del Golfo Persico, Arabia Saudita per prima.

Carro armato Chieftain, come quelli iraniani
Un carro armato inglese Chieftain, come quelli dell’esercito iraniano dello Scia’; furono poi usati, con grande successo, contro l’Irak

Per quanto riguarda la grande strategia USA in Medio Oriente, che fondamentalmente e’ cambiata poco o niente, rimando ad un precedente scritto – Siria: le conseguenze della grande strategia USA in Medio Oriente.

Il 16 gennaio 1979, lo Scia’ fuggi’ dal paese a seguito delle proteste popolari.

Il potente esercito a poco gli valse; anzi, la morte di tanti manifestanti nel Black Friday (8 settembre 1978), quando l’esercito apri’ il fuoco, fu probabilmente il punto di non ritorno della rivoluzione.

Ci fu almeno un caso di truppe che spararono ad una decina di ufficiali.

Ma soprattutto, il mondo si stupi’ di fronte alla velocita’ con cui si svilupparono le proteste prima e la rivoluzione poi.

 

LA SITUAZIONE NELLA PENISOLA ARABICA

Forse pochi sanno che il wahhabismo contemporaneo (movimento religioso molto conservatore “derivato” dal salafismo), molto diffuso in Arabia Saudita che ne rappresenta la “culla”, e’ stato da molti indicato come la base di partenza dei movimenti estremisti sunniti; piu’ in generale, e’ estremamente diffuso nella penisola arabica.

Secondo Wikipedia, forse la fonte non piu’ affidabile, il 46.87% degli abitanti del Qatar e’ wahhabita; per gli Emirati Arabi Uniti, wikipedia riporta la percentuale del 48.8%.

Rischi di internazionalizzazioneDevo puntualizzare che per quanto riguarda le definizioni dei vari movimenti religiosi non e’ facile capire come stanno esattamente le cose; alcuni commentatori occidentali usano il termine Takfiri per descrivere le frange piu’ estreme del salafismo – secondo tali commentatori, e’ sbagliato usare il termine salafiti per le frange violente; altri puntualizzano che wahhabismo e salafismo sono la stessa cosa; altri ancora sottolineano che il salafismo e’ stato importato in Arabia Saudita dall’Egitto.

Comunque stiano le cose, e scusandomi per eventuali imprecisioni od errori in quanto sopra scritto, e’ evidente che larga parte della popolazione pratica una forma molto conservatrice di religione.

Questo porta ad una considerazione forse ovvia: al di la’ delle “luci” della ricchezza portata dal petrolio, la struttura della nazione e’ ancora estremamente tradizionale; gli occidentali non dovrebbero farsi illudere da cio’ che vedono a Dubai (giusto come esempio) – si tratta di paesi mediorientali, non di Europa.

Guerra nella penisola arabica

Per quanto riguarda lo Yemen, forse troppe aziende occidentali hanno dimenticato che e’ in corso una guerra civile, con l’intervento (principalmente di forze aeree) di vari paesi del Golfo e l’appoggio ai “ribelli” sciiti da parte dell’Iran; fra l’altro, lo Yemen confina con Arabia Saudita ed Oman.

In generale, un po’ in tutto il Medio Oriente si assiste al delinearsi di un confronto Sunniti-Sciiti, con i secondi supportati dall’Iran; della recente “alleanza” tra Russia, Iran, Irak e Siria in funzione anti-Isis ho parlato nello scritto che ho citato nel capitolo precedente.

Insomma, mi sembra che la situazione nella penisola arabica sia tutt’altro che tranquilla.

 

LE IMPRESE – TUTTE AD INTERNAZIONALIZZARE A DUBAI!

In Italia sembra che ci sia la gara a chi corre piu’ veloce ….. per andare a fare internazionalizzazione nella penisola arabica, ed in particolare negli stati minori – Dubai per primo.

Al di la’ del fatto che ormai si tratta di una destinazione “inflazionata”, ricordo qui quanto ho scritto qualche tempo fa in Bisogna Fare Export ed Internazionalizzazione – Si’, ma Dove?:

Esportare a Dubai‘… L’unico criterio utilizzato sembrerebbe quindi essere il vantaggio economico: si cerca un mercato che dia buoni sbocchi. Invece, quando si parla di fare impresa all’estero bisognerebbe ragionare innanzitutto in termini geopolitici; e la geopolitica ci insegna che in questo momento l’incertezza regna sovrana, perfino in Europa …’

Al di la’ che, come ho appena ricordato, ho forti dubbi sugli sbocchi in questione ….. ma possibile che tutti vedano solo gli edifici avveniristici della parte urbanizzata di un piccolo stato come Dubai, ma non vedano un’enorme penisola ben diversa dalle luci sfavillanti di Dubai?

Possibile che le imprese (o meglio, tante aziende di consulenza) vedano solo i vantaggi in termini di tassazione ma non si pongano domande sul mercato reale e, soprattutto, sui rischi geopolitici?

Video, La guerra ha raggiunto anche l’Arabia Saudita – Inside Saudi Arabia: On front line of war with Yemen – BBC News

 

INTERNAZIONALIZZAZIONE – I RISCHI SONO ANCHE POLITICI, NON SOLO FINANZIARI

In fondo basta guardare la carta geografica e seguire un minimo le notizie per rendersi conto che si tratta di un’area che presenta rischi non indifferenti.

Intendiamoci: va benissimo fare export ed internazionalizzazione nella penisola arabica, ma solo se si sa quello che si fa e lo si fa con tutti i crismi; ed i dovuti crismi sono una valutazione adeguata dei rischi.

Analisi dei rischi prima di buttarsi nell'internazionalizzazioneCome ho scritto in Strategia Aziendale e Strategie di Internazionalizzazione delle Imprese – Rapidita’ nell’Esecuzione, ‘… buttarsi a capofitto nell’internazionalizzazione, senza prima stabilire gli obiettivi strategici dell’azienda, puo’ portare a vere e proprie catastrofi. E naturalmente, ogni strategia che si rispetti implica una approfondita analisi dei rischi, i quali implicano un’approfondita analisi geopolitica; in ogni caso, puri calcoli di export non bastano …’

Ma soprattutto, e’ assolutamente necessario rendersi conto che ben valutare eventuali rischi porta anche alla giusta strategia, che nello scritto appena citato viene cosi’ descritta: ‘… La piu’ bella strategia di internazionalizzazione non serve a molto se non e’ figlia della strategia aziendale e se non e’ la piu’ rapida possibile …’

 

PERCHE’?

Sembra quasi che le imprese pensino di andare ad internazionalizzare in una citta’ europea od americana, dove il rischio geopolitico e’ quasi nullo.

Oh si! Dubai e’ una citta’ da mille ed una notte, ma e’ anche un puntino in un’enorme penisola principalmente desertica, penisola collocata in un Medio Oriente in subbuglio. E’ forse il caso di ricordare i gravi problemi in Qatar, Yemen e nell’est dell’Arabia Saudita?

Rischi geopoliticiResta il fatto, che ben pochi valutano (o valutano adeguatamente) i rischi geopolitici; eppure le enormi perdite subite dalle aziende italiane in Libia dovrebbero avere insegnato qualcosa.

La mia supposizione e’ molto semplice: normalmente, gli operatori commerciali (ed aziende di consulenza) hanno sempre operato in un ambiente commerciale, appunto – un ambiente dove si pensa a fare business e basta; in poche parole, sono praticamente totalmente digiuni di geopolitica, quindi non la considerano a sufficienza.

Ed a dire la verita’, anche a leggere prestigiose riviste di geopolitica, o pezzi di persone influenti, viene “da piangere”.

Per dirla tutta, anche sulla base di quello che ho sentito da alcuni studiosi di geopolitica, ho l’impressione che anche la geopolitica sia “ideologizzata”: Tu appartieni al nostro “blocco”, per cui le tue idee non devono essere in contrasto con la posizione ufficiale.

Per non parlare di chi scrive pezzi che sembrano piu’ propaganda per una certa visione del futuro che un’analisi asettica della realta’.

 

Conseguenze di una rivoluzione islamica: interruzione delle rotte marittime del petrolioCONSEGUENZE SULL’INTERNAZIONALIZZAZIONE DI UN’ALTRA RIVOLUZIONE ISLAMICA?

Risposta? Dipende.

Potete scegliere di farvi cogliere totalmente impreparati, come gli americani nel 1979: le conseguenze, anche della crisi degli ostaggi dell’ambasciata USA, hanno cambiato la storia (e quasi sicuramente quella politica americana). In questo caso non avreste pero’ scuse, perche’ siamo nel 2017 e non sapere la storia di quasi 40 anni fa non e’ accettabile.

D’altra parte, potete scegliere di guardare la realta’ in faccia, di andare oltre l’aspetto puramente commerciale e cercare di capire cosa potrebbe accadere; questo comporta fatica, studio, strategie aziendali adeguate, un’analisi dei rischi – e gestione dei rischi, piani di emergenza inclusi – impegnativa. Questo non e’ da tutti; ma nessuno dovrebbe mai dire che fare internazionalizzazione e’ semplice.

Forse, e lo speriamo tutti, non succedera’ niente. Ma se succedesse qualcosa?

Ridurre i rischi di internazionalizzazione
L’internazionalizzazione con testa

Non vi farebbe piacere avere imbastito l’operazione di internazionalizzazione in modo da massimizzare i profitti e ridurre al minimo i rischi?

Pensate solo a cosa potrebbe accadere se qualcuno che lavora per voi restasse bloccato in una rivoluzione islamica, magari di matrice Isis: forse potreste salvare la parte economica dell’operazione (grazie ad assicurazioni ed altro), ma sarebbe un disastro aziendale di prima grandezza.

Per finire, una nota positiva: e’ vero che l’internazionalizzazione, specie in certi posti, presenta rischi; ma e’ anche vero che, se si internazionalizza con tutti i crismi, puo’ essere estremamente profittevole – magari anche solo tornando a casa poco prima di uno sconvolgimento con tutto il materiale, tutto il personale ed il giusto profitto.

Io la chiamo l’internazionalizzazione con testa.

 

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